Abba Lìbera. Sardi uniti nell’autoriduzione.

abba libera“Non una goccia d’acqua al mare se prima non abbia fecondato la terra”, era lo slogan degli anni ‘50, quando in Sardegna si dava avvio alla razionalizzazione dell’assetto idrico. Nessuno si accorgeva di come si andavano a modificare pian piano i rapporti tra le istituzioni e i cittadini.

Ciò che di visibile oggi resta, sono le bollette di Abbanoa, sono 57 dighe di cui 4 in costruzione, 2 non invasabili, 32 collaudate di cui 7 a invaso ridotto o nullo, 19 in corso di collaudo. Di visibile resta un paesaggio malamente alterato nella morfologìa e nella mentalità, soprattutto quella di gruppi di potere e clientele che della sacralità dell’acqua hanno perso coscienza per farne libero arbitrio sulle nostre spalle. In questi anni iRS indipendèntzia Repùbrica de Sardigna, ha più volte denunciato le gravi connessioni tra politica e affari in tema di risorse idriche in Sardegna.

iRS si è attivamente pronunciata con l’occupazione del Teatro Lirico di Cagliari nel 2006 mentre si festeggiavano i 60 anni dell’E.A.F., Ente Autonomo del Flumendosa (ente strumentale della Regione) il quale, per uscire dai limiti territoriali definiti per statuto dentro il Campidano di Cagliari, si trasformava in E.R.I.S. per estendere le competenze territoriali in tutta l’isola e due mesi dopo in EN.A.S. per ingiustificate ambizioni di prestigio ancora, con la classe politica sarda votante all’unanimità: tutti collusi!

Oggi la Regione mantiene le concessioni dell’acqua, che viene gestita dall’En.a.s. per venderla alla fallimentare Abbanoa spa che compra e mantiene la bocca chiusa visto che nelle finanziarie trova agevolazioni per 20milioni di euro nel 2007 e nel 2008 si vedrà, e intanto l’Autorità d’Ambito controlla. Ma i conti non quadrano: l’Autorità d’Ambito con il suo consorzio di Comuni e Provincie, incorpora tutta la Sardegna e doveva nascere secondo l’italiana Legge Galli (‘94) attraverso lo studio dei territori da parte delle Provincie. La Regione Sardegna però, col fatto che bisognava fare in fretta per non perdere i finanziamenti europei, come si evince da un’interrogazione del consigliere Gavino Sale in Provincia a Sassari, ha estromesso le Provincie stesse.

Il piano era preordinato. In questa storia l’Europa non c’entra, è stato stabilito solo che ogni paese nelle questioni acqua deve vigilare perchè non sia inquinata, stabilendo che chi inquina, paga. Per il resto ci sono nazioni europee dove l’acqua resta pubblica e le famiglie non conoscono il caro bolletta come da noi.

Ma i conti non quadrano: l’Autorità d’Ambito si mantiene con le quote dei Comuni e con le tariffe e impone il gestore unico Abbanoa di cui paradossalmente il Presidente è anche Direttore dell’Assessorato ai Lavori Pubblici. Per legge l’Assessorato dovrebbe intervenire ripristinando la legalità in caso di inadempienze dell’Autorità d’Ambito verso il gestore Abbanoa. In pratica dovrebbe monitorare se stesso. E’ un pò come la deriva dei Continenti: fino alla collisione! E’ recente l’intervento dell’Authority dei lavori pubblici che ha aperto un’indagine su 64 Autorità d’Ambito in tutta Italia: nel mirino c’è anche l’Ato della Sardegna e Abbanoa, perché ci sarebbe una sovrapposizione tra controllore e controllato. La gestione dell’acqua nella nostra terra è un fatto di illegalità, tuttavia i responsabili mantengono un basso profilo, ad alcuni bollette insostenibili ad altri normali, così pensano che a lungo andare ci abitueremo a queste trappole istituzionali e a questi soprusi. E poi da noi i decreti legislativi modificano continuamente il quadro normativo di riferimento, ecco quindi comparire la facoltà per i paesi delle comunità montane sino a 1000 abitanti di mantenersi la gestione dell’acqua: in 137 potrebbero autogestirsi (legge152), “previo consenso dell’Autorità D’Ambito”!!!!. Una valanga d’ipocrisìe. Intanto è sotto gli occhi di tutti lo squilibrio a nostro carico: il 90% del costo del servizio idrico ricade sul popolo sardo, il 10% sui proprietari delle seconde case non residenti che però utilizzano il 50% del servizio, questo è impostato per quattro milioni di abitanti considerate le presenze estive, ma le strutture devono essere mantenute efficienti tutto l’anno.

Sono circa 1800 i lavoratori che a diverso titolo operano nel settore idrico, chiedono assorbimento e un salario dignitoso, ma questo di mantenere il lamento delle classi deboli è un arte dei padroni del sistema per continuare nel gioco perverso che più si “scassa” più c’è da speculare!. Intanto come sentinelle le bollette da pagare stanno lì a ricordarci che i conti non tornano. Ora i cittadini si difendono come possono con l’autoriduzione per sopraggiunte difficoltà economiche, iRS è con loro fino alla disobbedienza civile, perchè l’acqua è monopolio naturale, un bene comune, un consumo obbligatorio insostituibile, la fonte di vita, un diritto umano universale e proprietà di nessuno perchè non è una merce.

Sono presenti in questa conferenza stampa come primo coordinamento, il Presidente del Comitato popolare di Sedini Bustianu Mureu, con 250 ricevute di autoriduzione su 400 utenze, la Presidente del Comitato Popolare di Ulassai Linda Puddu, l’ex sindaco del Comune commissariato di Fluminimaggiore Mauro Carta, il Presidente di Acqua Gravità Pier Luigi Floris, Tore Ventroni del Sindacadu de sa Nazione Sarda responsabile di Abba Libera, la docente Dolores Lai e il suo caso di autoriduzione a Cagliari, Gavino Sale e Bettina Pitzurra.

iRS qui propone le misure da adottare per il ripristino della trasparenza nella gestione dell’acqua in Sardegna:

1) abolizione dell’ Agenzia regionale per l’acqua, dell’En.a.s., dell’Autorità d’Ambito e di Abbanoa e creazione di un Ministero dell’acqua a sè stante, con reggenza superpartes fuori dai partiti, in carica per dieci anni con elezione popolare e verifica popolare ogni due anni

2) il Ministero dell’acqua dovrebbe dare indirizzi e non gestire il bene vitale

3) la gestione verrebbe restituita ai Comuni con assemblee a gestione volontaria diretta dell’acqua perchè hanno le fonti, consorziati con altri Comuni fin dove l’intelligenza del risparmio sta nella caduta a forza gravitazionale

4) il Ministero dovrebbe controllare gli sprechi d’acqua perenni esercitati dalle derivazioni idroelettriche: il Gennargentu perde in mare 100 milioni di mc l’anno e a Tortolì solo da oggi? hanno l’acqua potabile nei rubinetti

5) l’acqua misurata senza tariffe per uso domestico, un tributo equo per le strutture di distribuzione e la loro manutenzione a carico della fiscalità generale controllata

6) ripresa dell’acquedotto metropolitano di Donori, baricentro di distribuzione per Cagliari e hinterland dove risiede metà della popolazione sarda

7) riapertura delle fonti pubbliche

8) introduzione del biologo come responsabile della gestione sull’uso delle acque

9) gestione comunale dell’acqua per i grandi impianti turistici

10) Tributo vitale alto per piscine, industrie civili e militari, campi da golf e villaggi vacanze

11) stabilizzazione dei lavoratori dell’acqua per il coinvolgimento totale nella manutenzione. E’ ora che i Sardi prendano una posizione coraggiosa per il ripristino soprattutto della dignità e il recupero di una lunga storia di rispetto verso ciò che è senza fine, Fonte della Vita originaria: l’ACQUA.

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Uranio impoverito e rimborsi. iRS sul decreto del presidente della Repubblica italiana

Lo Stato Italiano, attraverso un decreto del Presidente della Repubblica, ha accolto le istanze delle commissioni parlamentari che hanno indagato sulle vittime militari e civili da Uranio impoverito nelle zone militari di Quirra, Teulada e Capo Frasca, stabilendo nella data del 6 novembre il termine massimo di presentazione della domanda di risarcimento. Al di là della scarsissima rilevanza mediatica che questo provvedimento ha avuto (apparso sulla Gazzetta Ufficiale in Aprile è stato “recensito” dall’Unione Sarda solo in data 13 ottobre), esso di fatto fissa per legge una diretta relazione fra l’altissima incidenza di tumori, delle aree che sorgono intorno ai poligoni di tiro, e le polveri sottili rilasciate dalle esercitazioni militari. Si tratta di un precedente storico che ci pone di fronte ad alcune riflessioni obbligate. Anzitutto ci si chiede quale sia stato il criterio che ha portato a determinare la risarcibilità ai soli residenti nel raggio di un chilometro dalle basi militari. E’ evidente che non può essere stato un criterio scientifico. Tutti conoscono la portata dei venti Sardi e la loro capacità di trasportare corpuscoli a grandi distanze. Appare più plausibile che la strada scelta sia stata quella della economicità. Ammettiamo la colpa ma limitiamo i danni alle casse dello Stato. In secondo luogo appare paradossale che a tale misura non segua l’immediata chiusura dei poligoni di tiro. Riconoscere il pericolo e non prevenirlo, ma sollevarsi da esso attraverso un risarcimento postumo, viola palesemente gli articoli 3 e 35 della Carta Europea dei Diritti Fondamentali dell’Uomo, che prevedono il diritto all’integrità fisica della persona e alla prevenzione della sua salute. Infine, ammettendo la relazione fra aumento delle malattie mortali e attività militari da parte dell’esercito italiano e di quei paesi a cui l’Italia ha affittato il nostro territorio per sperimentare armi non convenzionali – tale è ritenuto dall’ONU l’uranio impoverito -, si ammette altresì implicitamente, il devastante impatto ambientale che ad esse si accompagna. Appare del tutto logico quindi, che secondo il principio di “chi inquina paga”, vengano richieste immediate bonifiche a carico delle basi, con conseguente liberazione dalle servitù militari dei territori occupati. Siamo dunque di fronte alla consueta forma di assistenzialismo e di mercificazione della dignità dei sardi, portata all’eccesso e consumata attraverso la complicità di istituzioni locali inerti e silenti di fronte ad un così grave problema.

Luca Filice, Jùliu Kerki, Juannedhu Sedda (Assemblea Nazionale iRS)

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Greenpeace? Ecco l’alternativa di iRS.

La Sardegna produce più energia di quanta ne consumi. DOMO Alternative di iRS a Greenpeace ed eolico. iRS ? indipendèntzia Repùbrica de Sardigna, movimento da sempre impegnato fattivamente nella tutela del territorio e nel campo delle proposte energetiche sostenibili, saluta con simpatia l’iniziativa di Greenpeace a Fiume Santo. Una voce in più nell’inerzia generale che sembra circondare la questione ecologica ed energetica contemporanea non può che essere benaccetta. Tuttavia, suggeriamo cautela nell’inserire tale questione in contesti politici e categorie concettuali impropri. La Sardegna già oggi produce più energia di quanta ne consumi, sia per usi industriali sia per usi civili. Il carico di tale produzione energetica grava, sia dal punto di vista del degrado ambientale sia a livello tributario, sulla popolazione sarda. Il problema non è dunque quanto la Sardegna debba contribuire a risolvere la questione energetica italiana, ma se debba continuare a farlo e perché. iRS ritiene di no. Infatti proporre come alternativa al carbone l’energia tratta dal vento, con la motivazione che ne guadagnerà il sistema italiano, rivela la solita vecchia visione della Sardegna come oggetto di scelte politiche discendenti da interessi estranei, spesso confliggenti con quelli dei sardi. iRS propone una visione diversa. La visione di una Sardegna soggetto storico del proprio sviluppo e del proprio benessere. Per questo, pur riconoscendo nobili motivazioni all’iniziativa di Greenpeace, non può condividerle al 100%, né accogliere favorevolmente le soluzioni proposte. Le alternative all’uso di combustibili fossili esistono, ma non si limitano al vento. Senza nulla togliere alle potenzialità di un razionale e condiviso sviluppo dell’energia eolica, a patto che venga sottratto agli interessi privati delle multinazionali (troppo spesso interessate ai lauti guadagni provenienti dai contributi CIP6) o alle esigenze di enti politici esterni, rimane il fatto che la maggiore fonte di energia disponibile per l’umanità sia il sole. Esistono studi approfonditi e avanzate sperimentazioni su utilizzi efficienti, economici e tendenzialmente inesauribili della fonte solare. In Sardegna non mancano intelligenze che se ne occupano, come per esempio presso il CRS4. Manca invece la volontà politica di mettere a frutto tali competenze. In nome e per conto dei sardi, innanzi tutto. E in una prospettiva di transizione globale verso un’economia basata su fonti rinnovabili, col minor impatto ambientale possibile. iRS, cosciente della propria responsabilità politica, si sta dotando da tempo di strumenti di analisi e di proposte concrete in merito. iRS sollecita la maturazione di una coscienza collettiva su questi problemi e sostiene la necessità di trovare una via sarda all’approvvigionamento energetico. Una via praticabile, condivisa e rivolta tanto al presente quanto al futuro.

Omar Onnis

 Esponente di iRS-Nùgoro iRS, Atòbiu Natzionali / Assemblea Nazionale

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Comuncau de iRS Sulcis

iRS Sulcis Iglesiente esprime la sua profonda preoccupazione e netta opposizione in merito al progetto di tracciato relativo all’approdo e conseguente realizzazione di un terminale di arrivo del gasdotto Galsi – Gasdotto Algeria-Sardegna-Italia – in località Su Cadelanu, Porto Palmas, comune di San Giovanni Suergiu, provincia di Carbonia-Iglesias, rimarcando quanto segue:

- La Valutazione di Impatto Ambientale allegata al Progetto sottovaluta e minimizza all’estremo il reale impatto del Gasdotto su un ecosistema quanto mai importante e delicato;
- Le aree interessate (zone umide del Golfo di Palmas) costituiscono nel loro complesso una Zona Umida di Importanza Internazionale (in alcuni casi mondiale, in altri europea) per l’avifauna acquatica col conseguente riconoscimento delle stesse come area IBA (Important Bird Area, un inventario riconosciuto dalla Corte di Giustizia Europea), per quanto concerne lo svernamento e la nidificazione di una grandissima quantità di specie tra cui, a puro titolo d’esempio, Pollo sultano, Avocetta, Cavaliere d’Italia, Garzetta (nidificanti) e Cormorano, Fenicottero, Fratino, Gabbiano roseo (svernanti); per non parlare, poi, di varie specie di Rapaci, Passeriformi, Laridi, Anatidi e Sternidi;
- Assolutamente ignorata risulta la presenza di altre forme di vita animale (Anfibi, Rettili, Mammiferi e Insetti);
- Molto sottostimata appare anche la descrizione delle tipologie ambientali-vegetazionali laddove, invece, l’interesse botanico è assolutamente rilevante, con la tipica presenza, tra l’altro, del Sarcocornieto;
- Assolutamente negletta risulta anche l’importanza storico-archeologica dell’area interessata, con resti e testimonianze che comprendono il periodo nuragico, fenicio-punico, romano, medievale, moderno e contemporaneo (fino al XIX secolo). In particolare, qui avvenne lo sbarco degli invasori catalano-aragonesi, così gravido di conseguenze per la storia della Sardegna, nel 1323 (Su Cadelanu cioè Il Catalano, a ricordare anche toponomasticamente l’evento) e qui, a Cort’e’ois, si acquartierarono parte delle milizie sarde locali che, nel 1793, opposero resistenza allo sbarco dei Francesi. Questi sono i luoghi, ancora, delle Antiche Peschiere di Palmas, delle Antiche Saline Regie del Regno di Sardegna e poi d’Italia e delle moderne Saline di Stato, un grande patrimonio economico-culturale, con preziose testimonianze di archeologia industriale;
- A questa Unità Ecologica Funzionale, tale in quanto omogenea e, al contrario, non descrivibile come una serie di compartimenti stagni, non ha corrisposto una esatta e precisa individuazione dei SIC (Siti di Importanza Comunitaria), la cui perimetrazione e designazione non è assolutamente conforme alla reale superficie delle zone in oggetto;
- Verrà demolita in maniera irreversibile tanta parte di questo territorio: l’impatto riguarderà le praterie di Posidonia oceanica, le spiagge fossili e l’antico corso del Riu Palmas situati nei fondali; verrà alterato l’approdo di Su Cadelanu; sarà irrimediabile la distruzione della Palude di Riu Sassu e del suo habitat, così come delle vestigia delle innumerevoli stratificazioni culturali; del tutto imprevedibili saranno gli effetti sulle attività della piccola pesca e delle numerose aziende agrarie degli appoderamenti ex-INPS di San Giovanni Suergiu a causa delle servitù che inevitabilmente il passaggio del metanodotto comporterà (una fascia di asservimento di 85 metri di larghezza per tutto il tragitto della condotta ovvero di 40 metri circa per lato dall’asse di ciascuna delle due condotte);
- La durata dei lavori è valutabile intorno ai due anni e mezzo e si prevede l’utilizzo di una trentina di operai;
- Infine, ma non meno importante, esistono concreti rischi – di emissioni nocive ed esplosioni – connaturati con l’installazione di simili impianti.

Ne vale la pena? Vale la pena di violentare, sventrare e distruggere un intero territorio così significativo dal punto di vista naturalistico e storico oltre che mettere in pericolo la sicurezza e salute della collettività? Non sarebbe forse auspicabile pensare piuttosto a fonti d’energia alternative più vantaggiose e rinnovabili quali l’eolico e il solare, delle quali la Sardegna è già ricca di per sé?
iRS rifiuta con forza l’ennesimo tentativo di sottrarre la Sardegna al suo Popolo e invita il medesimo ad una profonda riflessione che vada nel senso di una nuova, liberante presa di coscienza nazionale.

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Comunicau

Cresce il dibattito sulla prospettiva indipendentista: la risposta di iRS. DOMO

Ultimamente sembra che esponenti di Destra e di Sinistra siano d’accordo nel vedere gli indipendentisti di iRS come dei settari (“i guardiani del tempio”), illusi, idealisti, inconcludenti. Alcuni accusano iRS di credere che l’indipendenza abbia un potere taumaturgico, “tutto il resto verrà dopo”. Altri accusano iRS di non avere programmi di azione concreti e di avere il vizio di proporre “questioni generali” invece che piani pragmatici per risolvere questi problemi. Vorremmo allora rispondere a questi punti dettagliattamente.

Primo, gli indipendentisti di iRS non credono che l’indipendenza possa avere un potere taumaturgico per cui una volta raggiunta questa, tutto sarà migliore, il resto verrà da sé. Non crediamo che sia così, e infatti tutti i manifesti politici di iRS dicono chiaro e tondo che non conta solo arrivare all’indipendenza, conta anche come ci arriveremo, conta come la costruiremo. Quello che iRS enfatizza è che il processo di indipendenza o assunzione in carico della sovranità deve andare di pari passo con una maggiore democratizzazione e apertura della società sarda. Una indipendenza calata dall’alto, guidata da una ristretta élite, non ci aiuterebbe a porre le basi per una società migliore, più dinamica e in definitiva con più possibilità di successo nel consesso delle altre nazioni europee rispetto a quella attuale.
Come attuare questa democratizzazione della società? Alcuni modi si stanno già costruendo all’interno di iRS. Per esempio, iRS affianca ai suoi apparati istituzionali i Centri di Elaborazione (Tzentros de Elaboradura). Questi hanno il compito di elaborare proposte su diversi temi (economia, energie, lingua, ecc.), proposte che poi vengono valutate dagli organi politici di iRS per diventare proposte politiche. I Centri di Elaborazione tra l’altro sono aperti anche a non-attivisti di iRS e hanno ricevuto il contributo di esperti nel settore: per esempio, la proposta di destinare una superficie di 6 x 7 kmq a pannelli solari termodinamici per produrre energia sufficiente per tutta la Sardegna era stata elaborata grazie all’apporto di ricercatori del CRS4 che sicuramente rappresentano alcune delle intelligenze eccellenti che abbiamo in Sardegna.

Si dovrebbe anche onestamente dire che gli indipendentisti di iRS sono ben consapevoli che l’indipendenza non verrà dall’oggi al domani, ma si può solo costruire in termini sociali, culturali e certamente economici e politici, col coinvolgimento del popolo della Sardegna e di tutti coloro che nella Sardegna e nel progetto di Repubblica di Sardegna si vorranno riconoscere.
In questo senso pensiamo sia importante per esempio prendere consapevolezza della storia sarda, ed è per questo che esponenti di iRS vanno da paese a paese per partecipare a incontri pubblici, convegni, dibattiti e parlare del notro passato: dai Giganti di Monti Prama alla storia dei nostri simboli (4 Mori e bandiera degli Arborea), dalla storia giudicale alla Sarda Rivoluzione, fino agli anni dell’autonomia regionale. Prendere consapevolezza, non esaltare acriticamente un passato più o meno glorioso o significativo. Tutto questo, in un confronto intenso e aperto con esperti di ogni estrazione, non necessariamente vicini alla nostra prospettiva politica.

A parte questo, in generale gli attivisti di iRS non sono chiusi nelle loro sedi a sognare il giorno dell’indipendenza, ma lavorano sul campo affrontando problemi concreti. Per esempio, iRS si era mosso per fermare la vendita all’asta di aziende agricole coinvolte nella nota vicenda di pignoramenti, e continua a seguire la vicenda, con proposte pragmatiche a proposito di un settore vitale, oggi allo sbando, come quello agro-alimentare. iRS si è mosso per contrastare la privatizzazione dell’acqua, creando l’associazione Abbalibera. Ha studiato la situazione delle servitù militari ed elaborato piani alternativi al mero ricatto occupazionale che ne legittima l’esistenza agli occhi delle popolazione locali. Allo stesso modo ha studiato e continua a studiare le servitù industriali, ormai prive di qualsiasi significato in termini occupazionali, ma produttrici di inquinamento e di malattie; anche qui, elaborando una prospettiva di riconversione a breve, medio e lungo termine.
I due aspetti, nella nostra visione politica, sono inscindibili: elaborazione teorica e azione politica. Non ci sembra, sinceramente, che altri movimenti o partiti in Sardegna possano vantare la stessa presenza sul territorio e la stessa mole di riflessione politica a tutto campo. E ce ne dispiace.

Ancora. Alcuni hanno sostenuto che ad iRS interessa l’indipendenza solo al fine di imporre una nuova classe dirigente, mentre altri movimenti starebbero lavorando o avrebbero a cuore, più pragmaticamente, l’indipendenza economica e culturale dell’Isola, ovvero quella individuale di ogni sardo, come prima o unica prospettiva politica.
A questo punto ci chiediamo come si possa ottenere l’indipendenza economica e culturale auspicata da questi altri movimenti senza un ricambio almeno parziale di una classe dirigente sarda, la quale è stata selezionata dalle élite politiche che devono curare gli interessi dello stato italiano (inconciliabili, per ragioni struttruali, rispetto a quelli sardi). iRS non vuole un ricambio della classe dirigente solo per avere nuove facce al potere, ma vorrebbe un ricambio per avere una classe dirigente che veda nella Sardegna il proprio orizzonte di senso e di azione. Si tratta di un cambiamento di prospettiva. Senza questo cambiamento di prospettiva e scopi di azione prima che di persone sarà difficile credere che si possa raggiungere l’indipendenza economica e culturale che altri dicono di auspicare.
Un esempio: Soru nel recente incontro ha continuato a sostenere che gli interessi dei sardi possono essere tutelati in seno alla costituzione italiana, quella stessa costituzione in nome della quale sono stati sonoramente respinti molti dei tentativi di avviare il processo di sovranità economica e culturale della Sardegna che dobbiamo presumere Soru onestamente perseguisse (pensiamo alla debacle sulla legge statutaria, a quella sulla tassa sul lusso, a quella sulla vertenza entrate). Senza contare che attualmente tutto sembra, la pur rispettabile e meritoria costituzione italiana, tranne che un baluardo per qualcosa. La attuale fase politica italiana mostra uno svuotamento dall’interno di tutto ciò che di buono, democratico e progressista, quella legge fondamentale dovrebbe rappresentare. Immaginiamo quanto possiamo essere garantiti in Sardegna da un ordinamento giuridico progressivamente sempre meno cogente ed efficace proprio nei suoi valori migliori.

Ma soprattutto, non capiamo proprio come si possa sperare di ottenere l’indipendenza culturale ed economica della Sardegna e quella individuale, spirituale dei sardi, senza ottenere quella politica, ovvero senza sovranità. Un governo sardo per quanto autonomo, per quanto federato, finché resterà nell’ambito dello Stato Italiano vedrà sempre i suoi interessi economici e culturali venire messi in secondo piano rispetto agli interessi prevalenti e (numericamente) più forti dell’Italia. Immaginiamo che in un ipotetico assetto federale la Sardegna prenda accordi con la Spagna per esportare prodotti sardi, danneggiando indirettamente l’esportazione di alcuni simili prodotti di una regione italiana: possiamo credere che anche in un ipotetico assetto federale l’Italia non usi tutto il suo potere per far prevale gli interessi della regione italiana?

Infine, molti interventi sostengono che iRS non ha le capacità per poter realizzare i propri progetti, o in altre parole, che non sa come poter arrivare alle cose che vuole. Nel passato altri uomini molto migliori di noi sembravano aver avuto idee molto chiare su come costruire una società migliore, ma spesso queste non hanno funzionato. iRS crede nel potere dell’intelligenza collettiva, ovvero che l’elaborazione collettiva di strategie e metodi possa raggiungere risultati migliori dell’azione di individui che agiscono singolarmente. Questa fiducia nelle possibilità della collettività è un tratto positivo della tradizionale cultura sarda, ed è un tratto che è diventato estremamente attuale nella contemporanea società iper-complessa. Molti attori economici e politici si sono resi conto che attraverso la condivisione di conoscenze e l’apertura ai contributi di diversi attori con diverse competenze è possibile raggiungere risultati migliori e più duraturi. Per questo iRS è profondamente convinto dell’importanza della apertura della società sarda. E per questo iRS è aperto a ricevere apporti e contribuiti di tutti coloro che si vogliono riconoscere nella Sardegna. iRS vuole diventare uno spazio di elaborazione per iniziare concretamente a far lavorare l’indipendenza.

Ma, per tornare alla domanda principale, come arrivare all’indipendenza? Per esempio rilanciando il mercato interno: oggi la grande maggioranza dei prodotti alimentari che consumiamo in Sardegna ha origine esterna, per esempio. O ancora ottenendo l’indipendenza energetica attraverso l’investimento nelle risorse rinnovabili, senza cedere a speculazioni di attori imprenditoriali esterni ed estranei, e senza sottostare ai ricatti occupazionali che ci hanno fatto accettare situazioni patologiche sia in termini economici sia ambientali. Per esempio riscrivendo lo statuto in modo tale che la Sardegna dichiari il proprio status di nazione e creando le basi politiche, giuridiche e culturali per potere istituire un referendum sull’indipendenza attraverso canali democratici e istituzionali. E questi sono solo alcuni esempi possibili.

Per concludere, non solo noi operiamo costantemente in termini pratici e pragmatici, ma siamo perfettamente coscienti che senza una grande elaborazione teorica e una crescita della nostra consapevolezza storica, culturale, economica, artistica ecc. il nostro progetto politico avrà il respiro corto. È perfettamente lecito criticare iRS, però pensiamo che gioverebbe non solo a iRS, ma a tutta la società sarda di cui iRS e gli attivisti iRS fanno parte, se le critiche fossero rivolte ai progetti, alle azioni e alle elaborazioni teoriche di iRS e non ad una sua presunta base ideologica, o a un suo presunto elitarismo. Noi ci siamo e stiamo crescendo. Qualsiasi apporto onesto e libero sarà benaccetto. A patto di condividere la prospettiva ineludibile della nostra emancipazione storica.

Oliver Perra, iRS-Disterru
Omar Onnis, iRS-Disterru

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GASDOTTO ALGERIA ~ITALIA VIA SARDEGNA

DATI TECNICI

 
     
 
CAPACITÀ 8 miliardi di metri cubi anno
   
TRATTO ALGERIA-SARDEGNA
LUNGHEZZA TRACCIATO 285 km
PROFONDITÀ MASSIMA 2824 m
DIAMETRO DELLA CONDOTTA 26 pollici (66 cm)
PRESSIONE DI PROGETTO 183 bar
   
TRATTO A TERRA IN SARDEGNA
LUNGHEZZA TRACCIATO 272 km
DIAMETRO DELLA CONDOTTA 48 pollici (120 cm)
PRESSIONE DI PROGETTO 75 bar
   
TRATTO SARDEGNA – TOSCANA
LUNGHEZZA TRACCIATO 280 km
PROFONDITÀ MASSIMA 878 m
DIAMETRO DELLA CONDOTTA 32 pollici (81 cm)
PRESSIONE DI PROGETTO 200 bar
   
CARATTERISTICHE DEL TUBO
MATERIALE Acciaio al carbonio. Materiale adesivo per fissare rivestimento esterno
RIVESTIMENTO ESTERNO Polipropilene in mare, polietilene a terra; gunite (rivestimento in cemento armato solo in acque poco profonde)
RIVESTIMENTO INTERNO Resina epossidica
SPESSORE MINIMO 16,1 mm per la condotta a terra; da 17 a 37 mm per la condotta a mare

fonte : www.galsi.it

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POLEMICA IN SARDEGNA: “QUELL’IMPIANTO E’ CANCEROGENO”

POLEMICA IN SARDEGNA: “QUELL’IMPIANTO E’ CANCEROGENO”
PORTOVESME (CAGLIARI) – Il cancro uccide nel polo industriale di Portovesme, un’area in provincia di Cagliari, più che nel resto d’italia. Il drammatico dato emerge da uno screening e da una relazione statistico-scientifica fatta dall’azienda sanitaria locale di Carbonia. La relazione, un copioso fascicolo di 40 pagine non è stato mai inviato all’assessorato alla Sanità e all’Ambiente della regione sarda.
Ma è forse è questa la notizia più clamorosa. Il ministero dell’ambiente Edo Ronchi, nonostante i vincoli ambientali ha dato il via alla realizzazione di nuovo impianto energetico, considerato dagli ambientalisti altamente inquinante.In una manifestazione pubblica un comitato per la salvaguardia della salute di Sant’antioco contraria alla riapertura di un impianto per la produzione di magnesio ha deciso di rendere noto il documento, dalla cui lettura emerge un quadro allarmante: la mortalità legata ai tumori nei comuni di Sant’Antioco Carbonia, Portoscuso San Giovanni Suergiu e Gonnesa negli ultimi 4 anni è cresciuta praticamente quasi del 50 per cento rispetto ai comuni esterni all’area e dicono i sanitari la percentuale e destinata ancora a crescere nei prossimi anni.
La relazione ultimata nel 1998 ha esaminato tutti i decessi da tumore registratisi dal 1987 ad oggi nei 25 comuni del sulcis (sud ovest della sardegna), paragonandoli ai decessi avvenuti nei centri inglobati nel polo industriale di portovesme. Si tratta di morti per tumore al polmone ai reni alla vescica e alle linfopatie mielloidi linfoidi insomma alle leucemie, tutte patologie legate all’inquinamento fanno rilevare i sanitari che hanno portato avanti lo studio. Il grido d’allarme lo aveva lanciato comunque nel giugno scorso il presidente della commissione Igiene e sanita del senato Francesco Carella. Il picco dei tumori tra gli abitanti dei cinque centri dell’area industriale di Portovesme, dichiarata nel 93 dal ministero dell’ambiente ad elevato rischio ambientale, è allarmante.
copiosa la documentazione statistico scientifica.

di PierLuigi Curreli FONTE: WWW.il quotidiano.net

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Il paese in cui è più alto il tasso di inquinamento da anidride solforosa, e non solo

La vita è un’approssimazione, sempre, ma
da certe parti lo è di più. A Portoscuso la
vita è approssimata, più che altrove. Là si
forza il caso, si consegna una pistola in mano
ad un innocente e lo si lascia giocare con il destino.
Poi, ogni tanto, parte una pallottola.
I fatti sono di una crudele semplicità. Nell’aria,
intorno a Portoscuso, c’è un’enorme concentrazione
di una sostanza tossica che si chiama Anidride
Solforosa. Si sa cosa provoca. Si sa che è
concentrata nell’aria di Portoscuso in percentuali
di 16-31 microgrammi per metrocubo. Nelle
città italiane, per intenderci, la concentrazione
è inferiore a 9 microgrammi per metrocubo.
E altre sostanze avvelenate, polveri sottili, sono
sospese nell’aria da quelle parti ma nessuno
le misura.
Si sa che negli ultimi vent’anni c’è stato un aumento
delle morti per tumore del polmone in
una percentuale molto più alta della media regionale
(fino al 24% in più). E si sa pure che le
altre malattie del polmone, quelle non tumorali,
superano la media dell’isola perfino del 30%.
Insomma, Portoscuso è un luogo di disperazione
e di dolore. E in medicina è noto che il solo
dubbio, quando è fondato, è sufficiente per
provvedere di conseguenza. Ma oggi non è più
solo un dubbio, oggi è certo che da quelle parti
si muore di più. Però la ragionevole certezza
che là si muoia di più per la presenza di sostanze
avvelenate non ha creato conseguenze. Solo
silenzio come in un campo di battaglia dopo la
battaglia. Il primo fine di chi amministra dovrebbe
essere quello di proteggere la salute dei
suoi amministrati. E’ un elementare principio
che regola le società civili. Ma evidentemente
dalle nostre parti non siamo abbastanza civili.
La Confindustria isolana è ricoperta da una
nube densa che attutisce suoni e lamenti però
non può cancellare la forza dei numeri onesti.
Servivano le industrie, ci voleva il lavoro, dicono.
Si è ottenuta un’occupazione incerta, un’intera
vita di lavoro che andava e veniva. E insieme
al lavoro ci si è assicurato il rischio elevato
di ammalarsi sino alla morte.
Il paesaggio non è solo quello che si vede ma
è anche quello che si respira. E il respiro, che è
un segnale di vita come il battito del cuore, a
Portoscuso è un’azione pericolosa. E’ pericoloso
respirare, alle volte mortale.
Questi sono i fatti riferiti dall’Osservatorio
epidemiologico della nostra isola. E’ tutto nei
numeri: una maggior frequenza di malattie tumorali
e non tumorali del polmone. Si muore
in silenzio, però. Accompagnati da un coro di
muti.
Beh, di qualcuno sarà la colpa se a Portoscuso
ci si ammala e si muore più che da altre parti
di queste malattie. Ci saranno responsabilità.
E ci sarà qualcosa da fare.
E di qualcuno sarà la colpa se davanti a percentuali
raccapriccianti, anziché una rivoluzione,
anzichè manifestazioni di protesta, anzichè
la denuncia dei giornali e delle televisioni, anzichè
lo sdegno dei sindaci si è registrata per decenni
solo una messa in scena di muti immobili
che non facevano neppure gesti di protesta.
Un silenzio che mette angoscia perchè è una
specie di ammissione, una resa e, alle volte, un-
’ammissione di complicità. Sì, le cose stanno così,
dice qualcuno… ci si ammala di più, è vero…
però questo è lo sviluppo e qualcosa bisogna pagare
allo sviluppo. Si paga con dei morti e le
statistiche, per la morale sviluppista, servono
a questo: a definire quanti morti costa una fabbrica.
L’importante è che sia un numero sopportabile
e che la disgrazia di ammalarsi non
tocchi a lui, allo sviluppista il quale accetta e
magari teorizza una tassa letale da pagare all’orrore
che lui chiama crescita. Questo è il significato
del silenzio feroce su Portoscuso.
Poche armi sono efficaci contro il mutismo.
Tanto, poi, i numeri vengono dimenticati, i
morti vengono ricordati da pochissimi, tutto cade
nella dimenticanza perchè il silenzio porta
l’oblio.
Eppure respirare è una delle nostre funzioni
più alte e nobili. Il respiro segna l’inizio della
nostra vita, l’ostetrica ci sculaccia, appena venuti
al mondo, per farci respirare, piangere e
respirare. E col nostro primo respiro inizia tutto.
Respirare è un’azione vitale che, però, a Portoscuso
è pericolosa e là il respiro bisognerebbe
trattenerlo, sospenderlo per sempre perchè
avvicina alla morte.
Se chi rappresenta le industrie, anche quelle
che intossicano, tace davanti alla morte da inquinamento,
allora opera una scelta morale
che non riguarda sé stesso ma che decide sulla
salute e la vita di altri. La scelta è, appunto: meglio
zitti, tanto la gente dimentica, e dimenticherà
anche tutti questi morti. Non resterà
traccia di nulla. Conviene ragionare su tutto
questo finchè resterà un poco di espiro, se ne
resta.
Prima ancora di salvare le nostre coste, gli
stagni, i boschi, gli avvoltoi e falchi, c’è da salvare
noi stessi in quest’isola nella quale il silenzio
può essere mortale perchè non è il silenzio
della modestia ma è quello degli ignavi i quali
inseguono uno stendardo senza insegne che
rappresenta il nulla. Il nostro corpo è affidato a
Dio oppure — per chi non crede — è nelle mani
del fato. Mai può essere messo nelle mani di
chi produce, insieme a qualche traballante posto
di lavoro, veleni mortali e gira la faccia da
un’altra parte per non vedere i suoi conterranei
andarsene all’altro mondo.

Di Giorgio Todde “la nuova Sardegna” pag. 5 (12 dicembre 2005)

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Sardegna: danni per la salute a causa di scelte politiche ed economiche

20 APR – Sarà presentato domani, a Cagliari, il Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari e militari della Regione Sardegna. Risultati preoccupanti per l’assessore alla Salnità, Nerina Dirindin, che commenta: “Gli eccessi di malattie rilevati in questo studio sono il frutto della disattenzione verso le conseguenze sulla salute degli interventi sul territorio”.

In alcune aree della Sardegna si sta peggio che nel resto dell’Italia. In generale, ci si ammala di più di malattie respiratorie e dell’apparato digerente. In particolare, gli uomini sono più colpiti da tumori del polmone, del fegato e del sangue. Malattie che sono in gran parte causate dall’inquinamento ambientale e dalle esposizioni professionali. Non a caso, le aree dove si sta peggio sono quelle industriali (a Nord, Porto Torres; a Sud, Portoscuso e Sarroch), e quelle minerarie di Arbus e di Iglesias. Ma non solo: anche alla Maddalena si registra un eccesso di linfomi.

La denuncia è contenuta nel “Rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti in aree interessate da poli industriali, minerari e militari della Regione Sardegna” (pubblicato come supplemento al numero 1 del 2006 di Epidemiologia & Prevenzione), un’ampia ricerca voluta dall’Assessorato alla sanità della Regione Sardegna.

In tutto sono 18 le aree considerate a rischio (suddivise in industriali, minerarie, militari e urbane) che sono state analizzate nel Rapporto, per un totale di 71 comuni e circa 850.000 abitanti, ossia poco più della metà della popolazione della Sardegna. “Per la prima volta dopo lustri di inerzia la Regione compie uno studio completo, il più completo possibile in base ai dati statistici disponibili”, ha affermato l’assessore alla sanità Nerina Dirindin.

La ricerca è stata condotta da un gruppo di medici, statistici ed epidemiologi delle Università di Udine, Torino e Firenze, con il coordinamento di Annibale Biggeri, epidemiologo e statistico medico dell’Università di Firenze, e la consulenza di Felice Casson, pubblico ministero al processo di Porto Marghera. I finanziamenti sono giunti dall’Unione europea nell’ambito dell’attività di assistenza tecnica agli Osservatori epidemiologici delle regioni meridionali, fornita da ESA (Epidemiologia per lo Sviluppo e l’Ambiente, associazione temporanea d’impresa tra Azienda sanitaria di Grugliasco, Piemonte, ARPA Piemonte, Azienda sanitaria città di Milano, Università di Firenze e Azienda sanitaria Roma E).

Due siti nazionali oggetto di bonifica, finanziamenti importanti per opere di risanamento ambientale, testimoniano la gravità dell’inquinamento dell’ambiente nei due più importanti poli industriali sardi. Riqualificazione da un lato, tutela delle opportunità di sviluppo che ancora l’industria offre all’isola, dall’altro. Ma oggi al tavolo delle negoziazioni siede un nuovo interlocutore: la salute, o forse si dovrebbe dire la malattia. Eccessi di mortalità e ricoveri coerenti negli uomini e nelle donne suggeriscono il ruolo di fattori ambientali. In altri casi è l’ambiente di lavoro, dove si registrano eccessi nei soli uomini ed in relazione alla presenza di lavorazioni che possono comportare il contatto con sostanze nocive o al lavoro nelle miniere.

“Uno studio di epidemiologia descrittiva come questo si propone di fotografare lo stato di salute della popolazione e non affronta, se non indirettamente, il problema di stabilire se esista una relazione di causalità tra fattori ambientali e rischio di malattia”, ha commentato Biggeri. “Esso fornisce piuttosto una base per la definizione di priorità e informazioni essenziali per una pianificazione e una programmazione sanitaria adeguate”. Compiti che reclamano un intervento da parte delle istituzioni, in primis quelle regionali.

Secondo Casson, comunque, “questo studio è un buon punto di partenza: da qui si può procedere sia per via amministrativa sia per via giudiziaria, ma la mia esperienza sconsiglia di affidare tutte le speranze alla magistratura”. “Serve – ha aggiunto – la concertazione tra istituzioni, imprese e, soprattutto, serve una stagione di verità che ci liberi dalle bugie o dai silenzi del passato. Non è facile, ma ora la Sardegna ha gli strumenti per farlo”.

Ecco i dati principali del rapporto

Confrontando i dati della Sardegna con quelli italiani è emersa una maggiore presenza di malattie infettive (+23% negli uomini; +12% nelle donne), respiratorie (+22%; +15%) e dell’apparato digerente (+26%; +9%). Resta ancora un residuo vantaggio per quanto riguarda le malattie circolatorie ed alcuni tumori. Ma informazioni più indicative sono state ottenute dal paragone tra le 18 aree considerate e il resto della Regione.

Aree industriali

La mortalità per malattie respiratorie era significativamente in eccesso negli uomini a Portoscuso (sono stati osservati 205 casi rispetto a 125 attesi) e a San Gavino (69/47). Morti per pneumoconiosi (termine che raggruppa malattie come l’asbestosi, dovuta all’inalazione di particelle di amianto, e la silicosi, causata dall’inalazione di particelle di silice) sono state rilevate sporadicamente, tranne a Portoscuso, dove l’eccesso era marcato (osservati/attesi 117/30).

I rischi di morte per cancro polmonare negli uomini mostravano allontanamenti dai valori attesi nelle aree di Portoscuso e Sarroch (entrambe con eccessi del 24%). A Porto Torres, la mortalità era in eccesso nei due generi per tutte le cause (del 4% negli uomini e del 9% nelle donne), per le malattie respiratorie (8 e 28%), per malattie dell’apparato digerente (13 e 21%), per tutti i tumori (ancora 4 e 9%). Anche la mortalità per tumori del fegato era in eccesso nei due sessi (18 e 21%), osservazione confermata dai tassi di incidenza del Registro tumori locale.

Tra le aree industriali, a Porto Torres è stato osservato l’eccesso più consistente di morti per tumori del sistema linfoemopoietico sia negli uomini (osservati/attesi 99/84) sia nelle donne (73/68).

Aree minerarie

Nonostante una generale tendenza alla riduzione dell’eccesso di mortalità per malattie respiratorie non tumorali, intorno al 2000 entrambe le aree mostrano ancora eccessi significativi negli uomini (osservati/attesi 119/86 a Iglesias e 156/63 ad Arbus). In anni recenti, i morti per pneumoconiosi sono stati in media 20 all’anno ad Arbus e 10 a Iglesias. Anche il cancro polmonare negli uomini era aumentato nelle due aree (72/56 ad Arbus e 108/72 a Iglesias).

Aree militari

Eccessi significativi di morti e ricoveri ospedalieri per linfoma non Hodgkin sono stati osservati a La Maddalena (mortalità 1981-2001, negli uomini, 17 osservati contro 6,3 attesi, nelle donne 8/5,6). Nell’area di Salto di Quirra, nel 1997-2001 le morti per mieloma (negli uomini 5/2,3) e per leucemie erano aumentate nei due sessi (complessivamente osservati/attesi 20/13,3, statisticamente non significativo).

Aree urbane

Le aree urbane in Sardegna mostrano buoni valori degli indicatori socioeconomici considerati. Il profilo di salute a Cagliari e Sassari è quello tipico delle città del mondo occidentale. La mortalità per tumori del colon-retto, del polmone, della mammella e della cervice uterina è relativamente alta rispetto alla media regionale.

fonte www.ilbisturi.it

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NO NUCLEAR

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LIBERA LIMPIA  E DENUCLEARIZADA

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